La verità è che a me il tango piace ancora, nonostante per motivazioni varie l'abbia abbandonato come stile di vita. La verità è che quando il tango mi incontra per caso per strada, in radio, ovunque non l'abbia scelto io, mi sento chiamata in causa, io sono per metà tango, questo non lo posso rinnegare. Il tango mi prende alla gola e mi strizza il cuore, mi scava ancora l'anima, come 9 anni fa, quando per la prima volta l'ho ascoltato e ho capito che quella era la mia musica. Ognuno ha la propria di musica, io non ho niente da ridire se uno sceglie la tecno, o il reggae, io con la mia malinconia strisciante è lì che devo andare. Non c'è niente da fare.
Tutto questo per dire che stasera Carlo Maver suonerà ancora per noi a Bologna, all'inaugurazione di un negozio di fiori, dalle 19:30 in poi.
Io ci sarò.
La mia attività come dj anni '90 procede, insieme alla ricerca costante di cimeli della decade, io se ritrovassi queste manine qui sarei la donna più felice del mondo...
Io non sono mica fatta per vivere a settembre, cioè, se fosse settembre sempre io sarei matta, una di quelle che girano parlando da sole, perché a settembre è come se tutti i pensieri che durante gli altri mesi ho archiviato aspettando tempi migliori, vengano fuori reclamando attenzione, è come se il Cestino mi rivomitasse addosso tutti i file rimossi, anche i temporanei, quelli trasparenti che non si sa dove stiano poi veramente.
Io sinceramente non ho mai capito a quale target di donne si rivolgano esattamente tutti quei giornali che accumulo sotto l’ombrellone in agosto, non dico quelli che si occupano esclusivamente di gossip, no, quelli è chiaro che li leggono tutti, e non solo dal parrucchiere come si suol dire. Parlo di quei settimanali di moda, bellezza, forma, tipo Viversaniebelli, Starbene, Silouhette, Vitality e affini. Me lo chiedo perché non ho mai capito questa storia del ritorno in città dopo le ferie, quegli articoli su come conservare lo “stato di grazia” acquisito durante le due settimane al mare, la pelle liscia e rilassata, le istruzioni per non perdere la linea ottenuta a colpi di ginnastica sulla spiaggia all’alba, nuotate infinite, cene di pesce e insalata. Ma che vacanze fanno mai queste donne che partono gialline e grassocce e ritornano splendide come delle dee? Io ho 30 anni e dalle mie ferie sono sempre tornata ingrassata, col muscolo un po’ ceduto e la pancetta, perché in città vado in palestra regolarmente e in vacanza mi muovo solo per girare le pagine dei giornali, spalmare la crema protettiva, e per andare al massimo al bar o al bagno, e poi visto che sono in vacanza appunto, mangio…la sera esco, sempre per lo stesso motivo, magari bevo, faccio comunque tardi, e la mattina ho le occhiaie, che mi fanno compagnia almeno per una settimana dopo il rientro in città; la mia pelle poi è cosparsa di brufoli dovuti allo stress, al poco sonno, alle pressioni familiari, e solo quando metto piede a casa mia a Bologna ritorna decente, salvo quelle macchie fastidiosissime che il sole mi regala nonostante le protezioni altissime che spalmo continuamente. Per non parlare poi dei capelli, che al momento sembrano vivere di vita propria.
Perché di questo i miei giornali non ne parlano? Non c’è una ricetta magica per tornare presentabile dopo le vacanze nel più breve tempo possibile? Sono solo io a pensare che le mie ferie debbano essere dedicate al riposo della mente e del corpo? Sono solo io a tornare dalle ferie con il bisogno impellente di una revisione totale?
Mai mi sognerei di nuotare per un’ora di seguito o peggio di fare jogging sulla spiaggia, come consigliano tutte queste giornaliste, che poi voglio vederle nuotare loro ad agosto, in mezzo ai materassini e alle moto ad acqua, e soprattutto voglio vederle fare yoga o Pilates (che adesso va un sacco) alle sette di mattina sul bagnasciuga. O ordinare merluzzo scondito in una sagra salentina. O dire a tutti quanti alle undici di sera: buonanotte, vado a dormire che le mie otto ore devo farle assolutamente.
Tutto questo per dire a tutti che tornerò quella di una volta, mi bastano un paio di settimane in città per riprendere quell’aria fresca e riposata che avevo prima di partire per le ferie e per far sparire questa odiosa pancetta che mi è venuta...

S - Ciao come stai? E’ una vita che non ti vedo!
L - Ma ciao! che ci fai qui? E questa bici da dove spunta? Ma è enorme…ah no scusa…è sul gradino...
S - Che strano incontrarti…sono mesi che non ti vedo, che fine hai fatto?
L - Adesso lavoro tutte le mattine in una compagnia teatrale a casa di Dio, sono felice, non giro molto la sera, sono sempre stanco…e tu?
S - Io…bè…io….non so...sì. Io…io lavoro in zona adesso…proprio lì, in via Irnerio.
L - Ma dai, a due passi da casa mia…un giorno della prossima settimana se ti va ci vediamo! Così mi racconti tutto! Ma il tango?
S - Eh..bè..sì, il tango. Si…dunque…non so. Magari ne parliamo se ci vediamo…comunque finisco presto di lavorare, ho un sacco di tempo libero…piuttosto anche te…non ti vedo da un secolo in milonga mi sembra…ma io che posso dire, in effetti non ci vado più da due anni…
L - Il tango…magari ne parliamo ok? Comunque si che ci vediamo! Ti chiamo io che se aspetto te…
S - Va bene… (abbraccio, odore, consistenza…) ciao allora…
A volte ritornano...
Family Day
Sabato sono stata al Family day in veste di ospite documentatrice, estranea agli schieramenti che hanno animato le due piazze romane, curiosa di cogliere solamente lo spirito che ha portato migliaia di persone a manifestare le proprie idee in questa giornata che per me rappresenta solo l’anniversario del divorzio.
Dico estranea perchè credo alla famiglia in senso lato, che sia di sangue o no, ma non condivido l’idea che ha animato entrambi gli schieramenti, un’idea che voleva essere apolitica ma che invece altro non ha espresso se non l’eterna guerra tra rossi e bianchi, tra maggioranza e opposizione.
Prima tappa: Piazza San Giovanni; già nella metro mi rendo conto della portata dell’evento dato che le vetture sono cariche di gente che, ignara forse degli ultimi fatti di cronaca, sbatte a destra e sinistra simpatici ombrelli a punta con su scritto Più Famiglia. Arrivando in piazza sembra di essere in un gigantesco asilo nido a cielo aperto, centinaia di bambini rischiano un malore sotto il sole, è impressionante la quantità di carrozzine, inquietante la vista di queste felici famigliole corredate di minimo due figli a testa. Tra infiniti gruppi di anziani, scouts, preti e papaboys cerco di orientarmi senza prendere qualche malattia, faccio lo slalom evitando tonnellate di rifiuti e bagni chimici strabordanti. In un attimo mi sento calata in una messa, tutti inneggiano al Signore e invece degli slogan si ripetono canzoni della chiesa. Quello non è il mio posto, non ho dubbi, e me lo conferma Berlusconi che nella sua solita semplicità ribadisce che essere di sinistra è incompatibile con il cattolicesimo. Di sinistra? Ma non doveva essere una giornata lontana da ogni tipo di strumentalizzazione politica? Vabbè, siamo alle solite in fondo. Ma non posso fare a meno di pensare a mio padre, cattolico e di centro-sinistra, chissà come avrà preso lui le parole del Berlusca, lui che da sempre mal sopporta l'arroganza e l'ignoranza della destra italiana e rifugge ogni estremismo, lui che crede nella famiglia tradizionale e di fatto.
Riprendo la mia strada e, evitando accuratamente la metro questa volta, raggiungo Piazza Navona, la piazza del Coraggio laico.
Molta meno gente e un’atmosfera piuttosto spenta. Qualche sparuto gruppetto di gay, studenti, femministe, banchetti colorati, qualche famiglia con pupo al seguito e nell’aria la musica rock invece dell’Halleluja. Mi fermo pochissimo, il tempo di sorbirmi qualche anatema contro i fascisti dell’altra piazza, nessun riferimento nelle parole degli animatori ai Dico, il vero motivo della presenza lì dei manifestanti, tanti i rimproveri amari contro i grandi assenti politici. Neanche quello è il mio posto.
Cosa resta di questa giornata oltre ad una piazza incredibilmente sporca? Me lo chiedo tornando a casa, in attesa di divorare i giornali della domenica.
Penso ai miei studi universitari, ai sette/otto esami almeno in cui ho ripetuto ai miei prof senza reale cognizione di causa che la famiglia oggi è morta.
Io nella famiglia ci credo e la famiglia mi piace come concetto, che siano i miei genitori da cui torno sempre volentieri e che lascio sempre con un pizzico di amarezza, che siano gli amici, la mia vera famiglia adesso. Credo nella famiglia come unione di intenti, come progetto comune al di là dei contratti. E i Dico per come sono stati pensati non mi convincono per niente.
L’Italia non è il mio paese in questo momento, un paese in cui la piazza esprime questo, in cui i cattolici lottano contro i laici, in cui i problemi reali passano in secondo piano e di continua a perdere tempo, a far finta di niente.
Molto meglio progettare il sabato sera allora.
LA TRAGHETTATRICE
Ogni tanto capita a tutti di voltarsi per un momento e riguardare la propra vita, quella passata, a me piace fare un giochino, piuttosto sadico, mi piace ritrovare un filo negli avvenimenti, ricercare quel qualcosa che lega in fila i fatti, le cose, le persone, mi piace iscrivermi in un ruolo credo, far quadrare le cose per poterle maneggiare con cognizione.
Bene, se metto in fila i miei uomini e li sfoglio come figurine di un album, mi rendo conto di essere stata per loro un ottima TRAGHETTATRICE, da novella Caronte dei giorni nostri, li ho trasportati tutti da qualche parte, non importa dove ma in qualche modo li ho accompagnati in un luogo diverso da quello nel quale li avevo incontrati, spesso un luogo migliore. Specialista della crisi esistenziale, li ho rimessi in sesto consegnandoli nuovi di pacca a qualcun'altra, per qualcuno sono stata una sorta di ILLUMINAZIONE, altri ancora grazie e a me, alle mie sagge parole e alle mie amorevoli cure adesso vivono un'esistenza diversa. C'è quello che ha cambiato lavoro, quell'altro che ha capito che la sua vita era in un'altra città, quello che ha riscoperto l'amore per la propria donna originaria, quello che si è fatto monaco, quello che ha cambiato modo di ragionare e adesso corre per le praterie libero e felice, quello che è diventato gay, quello che è guarito dalla depressione.
Santa Smellissa salvatrice di anime perse.
In questo cupo venerdì piovoso immagino il mio biglietto da visita sacro, a mezzo busto, con l'aureola e le braccia aperte, pronte ad accogliere il prossimo caso sociale.
In questi giorni sono tornata nella mia città natale, Taranto, quella che adesso viene chiamata "La città del dissesto", avendo nell’ottobre dello scorso anno dichiarato fallimento. Avevo letto in questi mesi della degenerazione della vivibilità tra le sue strade, con un aumento della micro criminalità e il deterioramento del servizi pubblici dovuto all’impossibilità materiale del comune di pagare gli stipendi ma non immaginavo una città potesse seriamente andare così a rotoli.
Ovunque cassonetti straripanti, crateri nelle strade da far saltare in aria un motorino, branchi di cani randagi, spiagge piene di rifiuti.
E un insolito fervore tra la gente: dopo un periodo di vuoto, di commissariato post dimissioni dell’ultimo sindaco ladro, Rossana di Bello, condannata a 16 mesi per la gestione di un appalto, a fine maggio ci saranno nuove elezioni.
Si mormorava, dopo il disastro, che forse poteva essere una nuova occasione per Taranto per pensare di fare piazza pulita del marciume, rinascendo con altri presupposti, ma come prevedevo era solo un pensiero utopico. La Molle tarentum rigurgita in occasione delle elezioni ben 33 liste per 11 aspiranti, con oltre 1200 persone che ambiscono ad avere un seggio nel Consiglio Comunale, dal politico alla casalinga, al netturbino. Persino il nostro fiore all’occhiello, Giancarlo Cito, ex sindaco con un lucente passato da picchiatore fascista nonché dal curriculum così simile ad un nostro passato Presidente del Consiglio, era pronto a candidarsi dalla cella. Peccato, non sussistevano le condizioni, ha sfoderato solo suo figlio Mario, Giancarlo non sarà sindaco ma corre per un posto da Consigliere Comunale.
Il lato pittoresco della triste questione è che i muri sono letteralmente invasi da manifesti elettorali con le promesse più disparate e i volti più sospetti, nomi noti alla cronaca tarantina degli anni 90 fanno capolino ovunque ci sia spazio per un cartello, vecchie fiamme tricolori svettano senza ritegno, sorrisi a 32 denti a cui manca solo la bavetta al pensiero della conquista del tesoro che ha permesso già a intere discendenze di arricchirsi alla faccia dei poveri operai che ogni giorno lasciano la salute all’Ilva.
E la gente? Tarentini sunt…ascolto i discorsi al mercato centrale, discorsi della gente comune, non si parla d’altro, tutti rimpiangono Cito, gli anni d’oro in cui Taranto aveva la sua fontana tricolore, le buche coperte, i vigili con il manganello e la sicurezza di avere al potere un uomo forte, un duro, uno che ha avuto come unico difetto quello “di mettersi contro la magistratura”.
Vado via con il peso nel cuore di vedere quella che è stata la mia città per tanti anni, in rovina e senza la speranza di una possibilità di recupero. Amore sfinito lo chiama Giancarlo De Cataldo nel suo libro "Terroni", un racconto impietoso sulla storia di Taranto che farei leggere a tutti i miei concittadini.
Chiacchierando con un amico ho appreso una notizia che mi ha illuminato il week-end, basta davvero poco a volte...domani la Romagna ospita niente di meno che il mio ballerino preferito, Julio Balmaceda. In altri tempi questo poco sarebbe stato più importante di qualsiasi altra cosa, ho attraversato l'oceano per vedere ballare codesto uomo, per vedergli appoggiare i piedi come un gatto, l'ho guardato rapita non so quante volte e in quante città diverse, qualche sera ho selezionato la musica solo per lui, si, ho fatto quello che un dj non dovrebbe mai fare, lo ammetto, ma sfido ad averlo in sala e a non provarle tutte per farlo ballare in pista...per me lui è un tango dell'orchestra di Carlos di Sarli cantato da Rufino, per me lui è un vals, Pedacito de cielo, una piuma ballando il vals lui, che in coppia con la sua ballerina arriva almeno a 170 kili.
Strano che ora io venga a sapere che sono qui solo il giorno prima quando fino a un paio di anni fa potevo sapere cosa avrebbe fatto da qui ai prossimi due anni...ma domani andrò a vederlo un'altra volta, perchè no, in fondo è una delle poche cose del tango argentino che ancora mi fa venire la pelle d'oca.
Qui ho trovato un suo video girato a Buenos Aires, ballando Siete Palabras, un tango che adoro.
C'ero anche io quella sera ovviamente...
DEDICATO A TUTTI COLORO CHE AMANO L'AMORE NEL SUO ESSERE COMPLETO, CON LE PENE E I BATTICUORI, A TUTTI COLORO CHE SANNO OGNI TANTO ABBANDONARE IL CINISMO PER LASCIARSI TRASPORTARE, SENZA GIUDICARE.
